
Moshe Zimmerman
Quando sembravano smorzarsi i toni della polemica sul caso Toaff, il dibattito, questa volta in Israele, ha ripreso vigore. Il quotidiano Harretz ha dedicato alla delicata questione un largo spazio nell’edizione di domenica. La vicenda di Pasque di sangue sembra faccia ora discutere soprattutto il mondo universitario. E in particolare, dopo che Ariel Toaff ha fermato la diffusione del suo saggio, l’oggetto del dibattito ha per tema la libertà degli accademici in Israele. O di quanta libertà possano davvero godere. Come tutti ricordano, dopo l’ondata di proteste in Italia per quello che Toaff aveva asserito nel suo libro, numerosi finanziatori dell’università Bar Ilan, della quale Toaff è un docente, avevano minacciato di fermare i proventi fino a quando l’ateneo non avesse preso provvedimenti contro lo scrittore. Prima di tutto il licenziamento da quell’ateneo che fonda le sue radici nell’ortodossia.
Haaretz: “La correttezza della metodologia fa la differenza”
Scrive Haaretz: “I limiti della libertà accademica sono determinati in primo luogo e soprattutto dal livello e dalla correttezza della metodologia della ricerca, tutto il resto può essere discusso”. Rileva però il giornale: “Mentre certi docenti ritengono che finchè uno studio rispetta i criteri accademici, nessun soggetto dovrebbe essere censurato, altri sostengono che i ricercatori dovrebbero autocensurarsi e considerare se il loro lavoro sia o meno buono per gli ebrei”. Insomma, la libertà accademica avrebbe un pericoloso limite, ovvero la coscienza collettiva degli ebrei stessi. E il timore di sfiorare temi che appartengono a quella stessa coscienza.
Zeev Hanin: “La ricerca deve essere fatta con maggiore esattezza”
Il professor Zeev Hanin, docente di sociologia politica alla Bar Ilan dice: “Misure amministrative non dovrebbero essere applicate nella determinazione dei limiti della libertà accademica. Mai i ricercatori dovrebbero non solo essere esatti ma anche pensare se quello che fanno è saggio”. Lo storico Moshe Zimmerman, dell’università Ebraica di Gerusalemme, ricorda di avere subito una reazione di rigetto dopo avere pubblicato uno studio nel quale faceva un parallelo fra l’educazione dei figli dei coloni ultrà di Hebron e quella della gioventù nazista. E aggiunge: “I miei colleghi volevano che fossi licenziato”. E’ vero che poi non ho perso il posto, ma le mie possibilità di promozione nell’università si sono ristrette”.
Ron Breiman: “Erode la validità morale della messa al bando dell’Olocausto”
Un altro docente, Ron Breiman, esponente dell’associazione di destra Professori per un Israele forte, contrario alle sanzioni al collega, ha detto: “Si abusa della libertà di espressione accademica e anche uno studio come quello di Toaff, pubblicato in nome della libertà accademica, erode la validità morale della messa al bando della negazione dell’Olocausto”.



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brei.net
2 Commenti
19 Febbraio 2007 alle 3:30 pm
non capisco perchè una ricerca storica possa erodere la “validità morale della messa al bando della negazione
dell’Olocausto”. Oltretutto mi sembra un concetto contorto.
Forse può intaccare la ritualità della commemorazione; come dice Alain Gresh: “possiamo interrogarci sulla ‘ritualità’
della commemorazione del genocidio degli ebrei, spesso disgiunta da qualunque lezione morale concreta legata al mondo
in cui viviamo. A forza di volerne fare un avvenimento a parte, gli si toglie ogni componente pedagogica.”
In tutte le religioni ci sono state frange impazzite che hanno commesso crimini e prenderne atto, qualora i dati di
Toaff fossero attendibili, non cambia niente sull’efferatezza dello sterminio degli ebrei e in più, acquisire la sana
abitudine di prendere atto anche delle cose che possono dispiacerci, ci consentirebbe di accorgerci di altri olocausti
che anche oggi vengono consumati nell’indifferenza dei media e dei governi;
esattamente come avvenne sessanta anni fa
19 Febbraio 2007 alle 4:03 pm
Caro Vincenzo,
concordo pienamente. Il punto è proprio l’ipersensibilità alla questione. Non credo, ad esempio, che nessun Indio o Pellerossa abbia mai chiesto il sequestro di un’opera storica in cui si documentasse che gli Aztechi facessero facrifici umani e i Sioux o i Seminole torturassero ritualmente i prigionieri o fossero dediti allo scotennamento.
del resto che motivo avrebbe un Indio o un Pellerossa del 2005 di adirarsi per il ricordo di queste usanze morte, stramorte e sepolte?
pare che invece certa gente non riesca a sopportare l’eventualità (non dico la certezza, ma anche solo l’eventualità remota) che certe pratiche, in realtà così “umane, troppo umane”, fossero appannaggio anche della propria cultura in passato.
come se qualche omicida rituale giustificasse o abbia giustificato una persecuzione di massa. ipotesi ridicola. anche se fosse provato che tali rituali si siano svolti realmente, questo non giustifica le persecuzioni medievali di cui furono oggetto gli Ebrei.
o dobbiamo aspettarci che i cittadini di Erba facciano causa ai giornali per aver rivelato che uno di loro ha massacrato una famiglia? forse un omicida rende tutta una comunità colpevole di crimini?
temo che il nocciolo della questione sia l’ossessione insana di considerarsi e autoconsiderarsi una realtà monocorde, innocente in blocco, eternamente vittimizzata a torto. il che può essere stato vero nella maggioranza dei casi, ma è patologico cedere alla tentazione di considerarsi l’archetipo della vittima pura e immacolata. purtroppo nel mondo reale come nella storia le vittime non sono state sempre e solo vittime innocenti. o peggio che mai di ritenersi immune da giudizi solo perché vittima in passato.
il fatto che gli Indios abbiano sacrificato i loro prigionieri di guerra non giustifica i massacri compiuti dai Conquistadores, così come ci sono stati e ci saranno sempre popoli che “generalmente” sono stati vittime e persecutori, di volta in volta. e che comunque le responsabilità anche se sono personali sembrano diventare collettive, guardate dal binocolo dello storico. gli spagnoli hanno masacrato gli amerindi e a loro volta sono stati massacrati dalle truppe di Napoleone…. ma che senso ha tutto questo, se non la semplice constatazione che la crudeltà non ha certificazione di “razza”, etnia o credo, ma è un tratto tipico della specie umana e delle culture umane in quanto tali.
tornando agli Ebrei, non è che a Cananei, Filistei e altri abitanti del vicino oriente sia stato riservato dai loro antenati un trattamento petunie e rose. il popolo ebraico avrà fatto le sue guerre, vinto le sue guerre, perse le sue guerre.
ma solo un malato di mente potrebbe ritenere un Israeliano dei giorni nostri responsabile del massacro dei Filistei per mano di Sansone, o un burino della Magliana responsabile dell’aggressione di Traiano ai Daci (Rumeni). anche i crimini della storia vanno in prescrizione.
del resto, a dover pareggiare i conti dei crimini storici dovremmo tutti ammazzarci a vicenda. Alzi la mano quel popolo che non ha mai fatto guerra a qualcuno o non ha mai massacrato degli innocenti.
Non dico di non avere una coscienza storica. Le responsabilità storiche ci sono, ma devono essere sempre valutate con relativismo e buonsenso.
cosa che in questa vicenda fa difetto a troppi.
brutti segni di fanatismo.