
Capita raramente di leggere un pezzo tanto ben scritto. E altrettanto raramente riporto per intero un articolo già uscito su un giornale, trovo il sistema di ripubblicare pezzi scritti da altri assolutamente tedioso. Questa volta è un eccezione, quello che segue, e che è stato pubblicato su Il Sole 24 Ore della scorsa settimana, non uscito su internet, con il titolo Ehud, il soldato scomparso, firmato dall’inviato a Nesher Roberto Bongiorni, è davvero una lettura eccellente. E’ la storia del soldato Ehud, detto Udi, Goldwasser, di sua moglie Karnit, dell’emozione che suscitano in Israele il suo dramma e quello di Eldad Regev, l’altro militare della cui sorte non si sa più nulla.
In coda pubblico invece una scheda, tratta dal medesimo articolo, con tutte le tappe della guerra in Libano, fino ai giorni nostri e con l’invito ad Olmert a lasciare il governo. Mi pare che il quadro, in questi giorni tanto complessi, così sia abbastanza completo.
Udi e Eldad scomparsi
«È molto dura. So che nel mondo ci sono tante storie strazianti. Ma ciò che rende la mia storia più tragica rispetto ad altre è che del mio Udi non so nulla. Ho le stesse informazioni di nove mesi fa. Vale a dire nulla». In jeans e t-shirt, con la sua corporatura minuta, Karnit Goldwasser, 31 anni, pare una ragazza acqua e sapone. Una studentessa come tante altre, se non fosse per il cognome di suo marito, Goldwasser, ormai celebre in tutto Israele. Ehud Goldwasser, Udi per gli amici, è il soldato che insieme a Eldad Regev fu rapito da un gruppo di miliziani Hezbollah la mattina del 12 luglio 2006. Nell’imboscata morirono tre soldati israeliani. Altri cinque persero la vita quando una squadra speciale varcò il confine per salvarli. Poi scoppiò la guerra, oltre 30 giorni di bombardamenti sul Libano. Fino alla tregua, firmata l’11 agosto con la Risoluzione Onu 1701. Ma di Ehud e di Eldad non si è più saputo nulla.
La moglie Karnit ha incontrato D’Alema
Potrebbero anche essere morti, insinuano i più pessimisti. Ma Karnit non si rassegna. Da allora ha
consacrato la sua vita per riportare a casa Udi, o almeno avere un segno, un’immagine, una traccia. Ha bussato a molte porte. Per tre volte ha incontrato il ministro italiano degli Esteri Massimo D’Alema. «L’Italia – racconta – sta facendo molto per il Libano ma Hezbollah non sembra ricambiare. La 1701 contiene l’impegno di riportare a casa i soldati rapiti e di dare loro notizie». Instancabile, Karnit si è spinta a New York, ha incontrato l’allora segretario dell’Onu Kofi Annan. È stata ricevuta anche dal suo successore, Ban Ki-moon. Per lei sono state aperte le porte del Vaticano: ha avuto un colloquio con Papa Benedetto XVI. Tutti le hanno promesso di compiere il massimo sforzo affinché i due soldati tornassero a casa, o arrivassero informazioni su di loro. Ogni sforzo si è scontrato contro un muro di gomma: il silenzio di Hezbollah. «Dopo di te – le ha confidato il premier israeliano Olmert – e dopo i familiari, la terza persona che vorrebbe Udi a casa sono io». Karnit ha già incontrato Olmert molte volte. Con lui ha un filo diretto.
Una intera nazione combatte per lui
Come il padre, la madre e il fratello, Karnit ha prestato il servizio militare nell’aeronautica. S’innamorò di Udi all’istituto tecnico universitario di Haifa. Stessi interessi, la bicicletta e la fotografia, più tardi stesso master, ingegneria ambientale. Si trasferirono a vivere a Nesher, nel tranquillo quartiere di Ramot Yitzahk, 20 minuti da Haifa. Dopo sette anni, il 14 ottobre 2005, si sposarono. Sono trascorsi 289 giorni da quando Udi è scomparso. Karnit vive il suo dramma nel suo piccolo appartamento in compagnia del cane. Ma non è così sola. È come se l’intero Paese le si fosse stretto intorno. In nessun altro luogo al mondo un soldato rapito mobilita tante masse, suscita tanta solidarietà.
L’attesa sulla terrazza della baia di Haifa
Ehud ha 32 anni. Come tutti gli israeliani, fino ai 45 è un riservista. Ogni anno, per 28 giorni, è richiamato in servizio. Avendo svolto i 36 mesi di militare nella brigata Ghivati, unità di combattimento, veniva poi inviato in zone “calde”. Poteva anche essere richiamato in qualsiasi momento sotto l’ordine numero 8: partenza immediata, poche ore per salutare i familiari, dare le ultime disposizioni sul lavoro, e poi via al fronte. Accade a tutti gli israeliani, dai professori universitari ai semplici fattorini. Accadde anche a Ehud durante la seconda Intifada. «A Gaza – racconta Karnit allontanando il telefono che non cessa mai di squillare – Udi era preoccupato. A lui piaceva la gente. Gli faceva pena vedere le sofferenze dei palestinesi, le perquisizioni a cui erano costretti. Era per una soluzione pacifica, due popoli in due Stati. Quando fu inviato al confine con il Libano era felice. Mi raccontava che rispetto a Gaza era un’altra vita. E poi eravamo vicini». È venerdì. Dal suo terrazzo sulla baia di Haifa Karnit racconta il suo dramma. Una tragedia in cui le coincidenze sembrano essersi perversamente organizzate per far sì che tutto segua un destino segnato. Quella mattina del 12 luglio Karnit si apprestava a festeggiare il ritorno di Udi. «Era il suo ultimo giorno di riserva – racconta, cercando di nascondere la commozione – ed era l’ultimo pattugliamento. Poi sarebbe tornato a casa. Dovevamo festeggiare il nostro anniversario di lì a due giorni». Mentre riordinava casa, Karnit ascoltò la radio dell’esercito. Seppe dell’incidente, ma si limitò a inviare un messaggio a suo marito. Non ricevette una risposta. Poteva essere impegnato, pensò. Via via che giungevano notizie più dettagliate, Karnit inviava sempre più messaggi: nessuna risposta. Tutto le fu chiaro quando tre ufficiali comparvero a casa sua chiedendo di prelevare frammenti di Dna di suo marito. Bastava uno spazzolino da denti. Udi poteva essere l’unica vittima non ancora identificata, o uno dei due rapiti. Disperata si recò in un negozio per acquistare un vestito da lutto. No, era troppo presto. Cambiò idea e si rifugiò dai suoi familiari a Naharya, la città vicino al Libano più colpita dai razzi Hezbollah.
E’ il paradigma del crollo di Olmert
Dopo dieci giorni in una stanza anti-missile, decise che era tempo di agire. Parlò con i giornalisti, organizzò una fondazione, creò un sito. Da allora tanta solidarietà, ma nessuna notizia. E quasi a rendere più amara l’attesa, giovedì ha dovuto sopportare l’ultima provocazione di Hezbollah. Decine di gigantografie dei due soldati rapiti disseminate nel Libano meridionale. «Sono foto vecchie – racconta – precedenti al sequestro. Se Nasrallah volesse davvero diventare un leader politico darebbe via ai negoziati. Ci invierebbe un segnale». Lo vogliono anche gli israeliani, infuriati per la condotta del Governo durante la guerra. Perché Udi non è solo un soldato. È anche il paradigma del crollo della popolarità di Olmert. A inizio guerra si era guadagnato il 70% dei consensi. Ora solo il 3% lo vede con favore. Agli occhi di molta gente ha commesso un peccato capitale. Negoziare la 1701 senza riportare i soldati a casa. Eppure Karnit non serba rancore «Il Governo non ha fatto abbastanza – precisa – ma non ha mai smesso di lavorare per liberarli».
Chissà se anche lui può bere un bicchiere d’acqua
Sono giorni difficili in Israele. La Commissione Winograd, incaricata di far luce sulle responsabilità del Governo nella gestione della guerra, pubblicherà lunedì il suo rapporto provvisorio. Si prevede un terremoto politico. Karnit, un tempo sostenitrice del partito di Governo Kadima, non nutre grandi aspettative. Preferisce andare avanti per la sua strada. «Io so che Udi è vivo. Quando bevo un bicchiere d’acqua, mi domando se lui abbia dell’acqua fresca. Se faccio una doccia, mi chiedo da quanto tempo lui non la fa. E se faccio la spesa, penso sempre di farla per due. Per me la guerra non è mai finita. Ma continuerò la mia battaglia fino a che non saprò qualcosa». Tra pochi giorni Karnit sarà negli Stati Uniti.

Tutte le tappe del rapimento di Udi e Eldad
Il rapimento.
Il 12 luglio 2006 gli Hezbollah libanesi attaccano due mezzi corazzati israeliani al confine tra Libano e Israele: sequestrano due soldati, ne uccidono otto.
La reazione di Gerusalemme.
Immediata la risposta di Israele: lancia un’offensiva militare in Libano con l’obiettivo di neutralizzare le basi di Hezbollah. I bombardamenti colpiscono però anche infrastrutture civili a Beirut e nel Sud del Paese. Centinaia le vittime. Hezbollah replica con lanci di ordigni contro obiettivi nel Nord di Israele, uccidendo civili e militari
La risoluzione dell’Onu.
L’11 agosto, dopo settimane di stallo diplomatico, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu vota la Risoluzione 1701: chiede il ritiro dell’esercito israeliano dal Libano meridionale, lo schieramento di truppe regolari libanesi e di una forza multinazionale in quell’area. Prevede, inoltre, il disarmo di Hezbollah
Settemila militari in campo. Il 25 agosto l’Unione europea stabilisce l’invio di 7mila militari europei che costituiscano il nucleo centrale della forza Onu. Attualmente alla guida delle truppe è il generale italiano Claudio Graziano. Intanto sul destino dei due soldati israeliani rapiti è calato il silenzio
La commissione Winograd.
È un team d’inchiesta, nominato dal Governo e guidato dal giudice Eliahu Winograd. Deve far luce sulle responsabilità dell’Esecutivo e dell’esercito nella gestione del conflitto con gli Hezbollah dell’estate scorsa (nella foto), ma anche sulle fasi che lo hanno preceduto. Può raccomandare, senza effetti vincolanti, le dimissioni del Governo
Il responso.
Lunedì la commissione pubblicherà il rapporto provvisorio, limitato ai primi cinque giorni del conflitto e alle fasi precedenti. Secondo anticipazioni della tv israeliana Canale 10, rivolgerà dure accuse al premier Olmert perché all’inizio della guerra avrebbe agito in maniera «affrettata, senza ponderare opzioni diverse». Dopo due settimane dovrebbero essere pubblicati i documenti con le testimonianze; entro l’estate il rapporto definitivo.



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1 Commento
4 Maggio 2007 alle 9:45 pm
Quando penso a quello che stanno passando le famiglie dei tre prigionieri, mi vengono crisi di furore. Penso a che cosa succederebbe se Israele si comportasse verso i prigionieri palestinesi come si comportano il Hizboullah ed il Hamas, niente informazioni, niente lettere, niente Croce Rossa ecc. Sarebbe la fine del mondo. Da non dimenticare che il Hizboullah fa parte del governo libanese, il piagnucoloso e falso Seniora, come primo ministro è piuttosto responsabile di quello che succede nel suo governo, no? Come mai nessuno dei suoi molti amici europei non gli fa notare che sul suo territorio col benemerito del suo governo si tengono due prigionieri senza rispettare le convenzioni internazionali in merito.